in modo molto empatico ho trovato sull’aggregatore un post di un amico che parla di una parola stronza di 6 lettere che stasera - mentre aspettavo valentina - ho rivoltato in tutti i suoi spigoli.
ero lì, vestita con il vestito da scema, quello da signorina per bene, un vestito nero, senza spalline, con il corpetto stretto, con la gonna ampia con le sottogonne in tulle per farlo sembrare gonfio, però il tulle si vede in fondo, spunta appena, così sembri gonfia, sotto, ma non (solo) di cellulite.
ero lì, seduta su un panettone di cemento, al centro della via più vetrina di milano. mi sfioravano ragazze altissime, con gambe sottilissime e shorts cortissimi. mi guardavano incuriositi ragazzi un po’ bolsi, appena scesi da una macchina che io volentieri righerei con un cacciavite a stella.
e poi ti ho visto, o meglio, non so se c’eri, ma era come se tu fossi lì: io ero vestita per bene, con un trucco quasi perfetto, le scarpe alte, la piega e il taglio appena sfornati e qualche chilo in meno. e mi sono vista mentre ti raggiungevo, mentre ti urlavo in faccia “io non sono mai stata chi tu credi e hai creduto che io sia”. ed era un urlo muto, una manciata di frame di un film trasmesso senza volume. e poi mi sono vista prendere il primo bolso con il macchinone, mettergli la mano sul pacco e gli avrei detto, io e te adesso andiamo a scopare. e lui avrebbe messo la sua mano sulla mia coscia e avrebbe iniziato a masticare bigbabol, manducando vistosamente.
adesso che sono a casa, adesso che ho tolto le scarpe alte, mi sono struccata e ho solo una vecchia t-shirt lisa addosso, io non lo so adesso se sia stato meglio che tu non ci fossi. e che io non abbia avuto nessuno contro il quale urlare, contro il quale inveire e con il quale scopare senza una vera ragione.
un giorno forse smetterò di provare il senso di colpa per non essere ancora adesso quella che tu ti immagini che io sia: il capro espiatorio perfetto.
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