intorno a un tavolo ci siamo io, mia madre e mio padre. sotto il tavolo troneggia un gatto rosso che pesa 6 kili e ha due anni.
mio padre ha smesso di cucinare nel momento in cui l’inps gli ha fatto avere il primo cedolino della pensione. quindi, mangiamo insalata, cioè il solito da 35 anni a questa parte.
in meno di 10 minuti mia madre riesce a dare a una nostra parente (molto indiretta) della mantenuta, della drogata e della puttana.
dopo dieci minuti mio padre sentenzia che io devo avere qualcosa che non va perché non è da me dimagrire, organizzare un viaggio transoceanico e andare da loro a pranzo senza piantare una grana. “ho visto che hai scritto un articolo sul fotoritocco, non si capisce un cazzo di quello che c’è scritto”. mmm, qui bisogna stare attente a quel che si dice che il litigio domenicale è in agguato “sì, lo so, è una roba nuova, non di quelle fighissime che facevi tu”. e lui prende lo zucchero per il caffè e il litigone ce lo siamo scampato.
nel frattempo, smandruppo il gatto enorme, incappo in vecchie fotografie, declino inviti a teatro e all’opera, e prometto dell’affetto e dell’attenzione che non so dove siano. boccheggio e respiro.
mia madre mentre sto andando via mi dice che una sua cognata è incazzata perché l’ultima volta che sono andati al paese sono andati a pranzo solo con l’altra cognata (rimasta vedova di recente) e non li hanno invitati. “che faccio?” mi chiede. che fai? per 25 anni questi non ci hanno cagato di pezza e adesso si incazzano perché tu vai a pranzo con una e non con l’altra? “la prossima volta che andate giù tu dillo a tutti poi chi c’è c’è”. mamma è contenta, io ci ho preso e non ho nemmeno dovuto giocare il jolly.
torno a casa cantando. e pedalando.
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