192/1826, il giorno del capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

vorrei avere più tempo da dedicare a ciò che amo, a coloro che amo, a chi mi fa ridere e ride solo perché gli tengo la mano mentre cerca di lavare i piatti. dedicare a lui più tempo, più cuore, più concentrazione.
vorrei avere tempo, la forza, il coraggio, la follia di prendermi una libertà che non mi spaventi per le conseguenze, per l’attenzione che devo prestare, per il rischio di sganciarmi da tutta una serie di consuetudini e grisaglie che detesto ma che ancora non mi limito solo a osservare.
vorrei avere la faccia tosta di non scrivere “traumi passati”, che mi fa ridere e anche un po’ incazzare quando lo scrivo, ma di fare nomi e cognomi, di ammettere verità insondabili, di confessare i miei limiti e raccontare i miei progetti. giusto per non avere la sensazione che saranno progetti solo perché me li tengo per me, che se li racconto poi mi tocca anche provarci a realizzarli.
vorrei fotografare le facce delle persone che amo: fotografare le scarpe di tiziana, la mia bici, le sue camicie, il sorriso di alessandra, la razionalità di federica, la forza di margherita, gli occhi matti di gabi, la curiosità di marta. fotografare ogni singolo istante che sia mattone di qualcosa che resti e che duri, che io possa regalare, condividere, toccare.
vorrei che un giorno nina si affacciasse dalla finestra e che io affacciandomi da quella finestra prima saluti il signor gino (sempre l’abbia in gloria) e poi lei, dicendo alla franz “metti su un caffé?”.
vorrei regalarmi il sogno di credere di poter essere migliore, io. migliore di me. ma senza strafare, che poi come si fa, se mi scopro già più migliore che posso? o se più migliore poi non mi piaccio? se più migliore poi non vi piaccio?


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