all of it was made for you and me ’cause it just belongs to you and me

ho ricevuto una dozzina di mail e messaggi che mi chiedevano “dove diavolo sei finita?”.
no, scherzo, non me lo ha chiesto nessuno. ma del resto, so che le persone (io compresa) non pensano agli altri (voi e noi compresi) tanto quanto ci piacerebbe facessero. e quindi mo lo chiedo (e mi rispondo) da sola.

ho cambiato casa, ho fatto un campo di volontariato in Sicilia con Libera, ho passato un giorno da incubo a Marettimo (con attacchi di panico, varie ed eventuali), ho pedalato verso le saline contovento, ho conosciuto Stefania, con cui a inizio ottobre ho fatto il bagno al mare, ho fatto una crociera in caicco in Turchia, ho nuotato con le tartarughe, sono stata a Rimini un paio di volte.
ho frequentato una manciata di amici (e non) con risultati piuttosto (in alcuni casi, assai) deludenti, e un paio di piacioni da sbarco.
sono andata a una manciata di funerali, durante i quali mi sono ritrovata a cantare inni e a dirmi “beh però, come non capirli? è tanto consolatorio”.
ho smesso di parlare in modo fintamente ossessivo di cose che non mi ossessionano (il cibo, ad esempio): farlo non mi rende una persona più interessante di quanto io già non sia (tanto o poco che sia). e nemmeno una persona più pop, ammesso che lo voglia davvero essere.
sono tornata indietro di qualche anno e ho ricominciato a fare volontariato facendo corsi di italiano agli stranieri.
ho iniziato a fare contact dance, che diciamolo è una delle cose più improbabili che mi dica capitate davanti, ma non per questo meno interessante: assolutamente e fascinosamente fuori da qualsiasi mia comfort zone.
ho ripreso tango e sono molto felice di ballare.
ho iniziato a interessarmi di meditazione, ma su questo sto ancora lavorando. ho sperimentato lo yoga in volo.
ho i biglietti per 8 concerti entro Natale e già quattro date per il 2015.
prima la mente, poi il corpo: il mio primo mese del do/dont è stato dedicato alla non interazione sul socialino. il prossimo sarà dedicato al mio benessere fisico.
mi sono scontrata in cosa implica scegliere di diventare una madre single, in tutti i sensi. devo dire che mi sono piuttosto spaventata, in tutti i sensi.
ho letto una manciata di libri.
ho preso una cotta per saving grace e ho ricominciato a tricottare.

se vuoi, hai domande, dubbi, perplessità, ti offro un caffè o un thé, anche dei biscotti! sono tua disposizione.
oppure chiamami, o portami a cena, o presentami il tuo migliore amico. o il tuo peggior nemico.
oppure, niente di tutto questo.
fai un po’ come ti pare.
io lo sto facendo, cercando di sbagliare il meglio che posso, ed è fantastico, complicato, ma fantastico.

i lost a friend somewhere along in the bitterness

ti ricordi quando ero innamorata di te, e tu un pochino di me, e ogni volta che ti voltavi nel letto e trovavi lei mi scrivevi “dove sei?”?
“qui”
“qui, dove? ”
qui. qui nelle tue orecchie quando mi chiedevi una canzone nuova, qui nel mio letto quando ti voltavi e trovavi me. qui nelle bugie che hai detto a lei, e a me. qui nel tuo vigliacco non aver mai voluto dire a voce alta “mi aspettano da un’altra parte”. qui dall’altra parte del telefono mentre di notte eri sveglio (non solo) per me, ma raccontavi (anche a me) le favole della buonanotte. qui nel maglione largo che mi hai regalato tu la sera che ci siam conosciuti, tu brillo e io senza cambio dopo il bagno al mare di notte.
“tieni questo, avrai freddo” “ma fa freddo, non hai freddo?” “se non ho te, non ho niente” “come è che ti chiami?”.

qui in questa barchetta di giunchi che mi ha preso e portato via da un pantano di silenzi, rancori e miseria.
qui sulla spiaggia su cui mi hai lasciato perché quando mi hai detto non posso portarti più a lungo con me, ma solo fino alla prossima città, io ti ho chiesto di lasciarmi sola a riposare ancora un po’. quel l’ultimo pezzo di viaggio l’ho preferito fare da sola, sapendo che sarebbe stato più scomodo, faticoso, lungo e solitario.

oggi ho fatto una scelta, una di quelle cose che mi fanno involontariamente intrecciare le dita dei piedi e arricciare le punte dei capelli, come dicevi tu.
“dove sei?” “sono appena arrivata in città”.

so watch and learn, i won’t show you twice

lo sai che adesso la ISS si vede di sera, e non più di mattina?
certe cose cambiano e io non sono pronta. sono stata pronta a cambiare case, lavori, fidanzati, compagni di letto, scarpe, pettinatura e abiti. ma io questa cosa della ISS non riesco ad accettarla con serenità.
non dico che fosse proprio la mia quotidianità (a volte anche a me capita di dormire fino alle sette e mezza, lo ammetto) ma spesso quest’estate, soprattutto in ferie, mi sono ritrovata da sola alla finestra, sul balcone, sulla tolda di una nave, su una spiaggia, a dire “buona giornata, ragazzi” parlando con degli emeriti sconosciuti che viaggiano a velocità supersonica là in alto nel cielo e che a me sembrano solo “un aereo ma senza luci intermittenti”, come dice gigi.
insomma la ISS passa la sera, ed è un casino, soprattutto se piove, soprattutto se è nuvolo, soprattutto se sono in giro, fra milonghe e amici, o se mi ritrovo con in mano la tazza di tè caldo, in piedi sul balcone, a cercare la giusta direzione in cui guardare con la bussola del cellulare, e davanti a me i vicini di casa sono sul loro balcone che fumano, litigano, telefonano e mi guardano un po’ attoniti, manco fossi un rabdomante in mezzo al deserto.
e nel frattempo, altre cose sono cambiate: purtroppo sono mancate persone, e non nel senso della mancanza ma proprio nel senso della morte. per dirla terra terra ho frequentato più chiese che bar in questi mesi. e ho chiesto parecchie volte perdono a chi è mancato e a chi è sopravvissuto per non aver detto abbastanza, fatto abbastanza, accudito abbastanza, chiesto abbastanza, dedicato tempo abbastanza.
ho chiesto perdono e poi basta però, perché adesso c’è tutto un poi a cui dire, fare, baciare, chiedere, dedicare il futuro.
e quindi, un giorno, fra il lusco e il brusco, l’ennesimo odore di incenso e il continuo mugugno con gli amici che vedi solo ai funerali, ho trovato dopo molto tempo il coraggio di farmi un po’ di spazio, non solo in casa (ci sarebbe sempre un divano rosso di cui mi sbarazzerei volentieri), ma soprattutto nella vita.
non che questo non abbia le sue conseguenze, ma ho semplicemente, come bere un bicchier d’acqua, capito che era diventato meno dannoso (per me) avere più spazio, sebbene poi sto spazio sia tutto da riempire. magari non di amiche di cui innamorarmi e che poi si innamorano di quelli che non mi piacciono abbastanza.
e così, vita mia, mi trovi la mattina alle sei a guardare per aria, seduta sul balcone cercando la ISS che non passa più a quell’ora e insegue albe lontane (alcuni giorni anche sedici, che regalo enorme che stanno facendo il mondo e Galileo a quei ragazzi!), come se fossi al capolinea di un bus che ha sospeso momentaneamente la linea.
nel frattempo arredo la pensilina e scelgo con gusto e un po’ di ironia la carta da parati in tinta con quelle sedici albe.
vedi mai che a un certo punto non decidesse di fermarsi qui la ISS, che il cocchiere con tutto sto girare abbia cambiato orari perché gli scappa la pipì.

i’m picturing you with manolos on your feet

credo che la cosa più terribile che possa fare una persona è rendersi tanto inutile da trasformare in insignificante il motivo per cui non vi vedete più.

non importa qual è l’origine, se avevi fatto i capricci prima tu o prima lei, se si tratta di donne, di uomini, di principio, o di un torto assolutamente futile.
non la frequenti più, hai i tuoi buoni motivi, che sul momento non ricordi, ma non importa li hai, si hanno sempre. lei (o lui) avrà i suoi. e invece che preoccupartene, non sono minimamente rilevanti.

ogni tanto la incroci e l’unica cosa che ti spiace è che un giorno le avevi prestato un libro, e non lo rivedrai più.
e non che del libro ti importi molto, è un tascabile piuttosto comune, non lo avevi nemmeno sottolineato, forse non lo avevi nemmeno letto, ma glielo avevi messo fra le mani dicendo “tanto mica scappo, leggilo con calma, sono sempre qui, e tu mica scappi”. e invece non è vero. chissà chi ha voltato davvero le spalle per primo.

non lo rivedrai più quel libro, e sono 100 pagine, forse 130 che qualcuno di diritto pensa siano sue. e magari se ne vanta pure, di quella surrogata proprietà.

vabbé, tienitelo.
sticazzi.
ciao.