la prima volta che ho detto “vado a new york” è stata in terza liceo.
mia sorella era stata in america per un anno, in new jersey, e i miei erano propensi a mandarci anche me. era di moda ai tempi, adesso penso sia normale.
insomma io ero lì pronta e scattante, no. non è vero. non me ne fregava nulla. non me ne importava nulla, ero un fascio di nervi, grassottello, bruttino e molto problematico.
la mia vita scorreva normale, no. non è vero. la mia vita scorreva come meglio poteva, e io non facevo nulla per direzionarla verso un’idea migliore.
ero innamorata di gabriele, e di vlady, e di marcello, e di federico, e di simone. mi schiacciavo i punti neri e i brufoli. camminavo con due scarpe diverse, portavo jeans sfondati, in anticipo su tutti copiavo la moda di seattle indossando camcie in tartan. andavo agli scout, ascoltavo musica che non piaceva a nessuno. come adesso del resto.
milano mi aveva stregato, ci navigavo come un topo di fogna: cercando appigli, suggerimenti, cibo, barattoli aperti in cui nascondermi, se necessario. nelle fogne di milano ci strisciavo non vista. avevo sì e no due amiche, poco fidate.
insomma, io in america non ci volevo andare: era così chiaro a tutti che poi mi hanno rimandato in due materie (che non ho mai studiato in quel caldo agosto, mi hanno promosso a settembre con 9 in latino e 8 in matematica). e in america non ci sono più andata.
cioè quegli stronzi di professori poi, alla fin fine, mi hanno fatto un favore. tutti dicevano ah che stronzi e alla fine l’ho pensato anche io ah che stronzi. ma in fondo chissà poi che pensavo davvero. forse che volevo solo baciare qualcuno, uno a caso. oppure che volevo solo andare al cinema con qualcuno, uno a caso.
del resto io non avevo detto “voglio andare a new york”, avevo detto “vado a new york”. e non era quella la volta buona: non ci sono andata. come volevasi dimostrare.
(continua)
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