vado a new york, 5

Wednesday, November 19th, 2008

sole, costume nero, sale e spiaggia. “andiamo a new york?”. “sì”.
porcamerda. ci andiamo per davvero. cioè io mi aspettavo un no. un fottiti, un crepa, un “sei pazza”. e invece no. un sì.
“mi baci?”. “sì”. due sì. mioddio. vaccarana. e adesso? e adesso, pedala che quello ti viene sempre bene (e ti fa sempre bene). e parti, e sorridi, e sii zen.
stasera viene a casa fede e ti ci mette a calci in culo a fare la valigia. del resto a cosa servono se no le amiche?

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vado a new york, 4

Monday, November 17th, 2008

poi, poi, poi ne ho preso coscienza.
il vado a new york non è più stato solo una frottola che ti racconti, ma una cosa un po’ più complessa, un progetto, un “one woman stand”. era un “vado a new york”, un po’ una liberazione, un po’ una tappa, un po’ un mettermi alla prova. tanto io lo so come va a finire, che lo dici e poi non lo fai. nono, lo faccio. certo, come no? come quella volta che… o quell’altra che… ho fatto un sacco di cose in vita mia che ti hanno sorpreso. certo, ma non andrai a new york. dai facciamo una prova… in che senso? chiama una tua amica, una delle solite, quelle cche ti conoscono e che ti vogliono bene e diglielo… ok.

parto.
dove vai?
a new york.
ok, dinne un’altra.
(clic)

(continua)

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vado a new york, 3

Saturday, November 15th, 2008

poi ci sono state le serate al paso, i margarita, c’è stato il g8 e le torri. io non voglio andare in un paese in cui la data del mio compleanno sia sinonimo di qualcosa d’altro, a parte il cile.
e tutto è corso più veloce. e non ho mai avuto il tempo nemmeno di pensare che ci fosse new york. e una strambata e poi l’altra, nella vita. tutto di corsa. la vita, le scelte, le decisioni, le persone, il lavoro, gli amici. l’america no, l’america no. non ho priorità in questo momento che non siano io io io. ricostruire me da me. ripartire da zero. basta topi di fogna, costruire sorrisi e buon senso. mi viene bene una volta ogni due, adesso due volte su tre, ma mi viene bene. un po’ più di spesso. ok, mi viene bene quasi sempre. quasi sempre perché ho abbassato le mie aspettative sugli altri, ma soprattutto su di me.
poi ho iniziato a viaggiare per fare fotografie. parigi, roma, madrid, città nuove, città vecchie, città viste con gli occhi di un compagno di viaggio divertente e divertito che un giorno mi ha detto “andiamo a new york?” e io gli ho detto “non ho soldi”. cosa peraltro vera (e ineluttabile). lui mi ha preso in parola. e ci è andato con un altro. evidentemente nemmeno quella era la volta giusta per andarci, a new york.
(continua)

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vado a new york, 1

Tuesday, November 11th, 2008

la prima volta che ho detto “vado a new york” è stata in terza liceo.
mia sorella era stata in america per un anno, in new jersey, e i miei erano propensi a mandarci anche me. era di moda ai tempi, adesso penso sia normale.
insomma io ero lì pronta e scattante, no. non è vero. non me ne fregava nulla. non me ne importava nulla, ero un fascio di nervi, grassottello, bruttino e molto problematico.
la mia vita scorreva normale, no. non è vero. la mia vita scorreva come meglio poteva, e io non facevo nulla per direzionarla verso un’idea migliore.
ero innamorata di gabriele, e di vlady, e di marcello, e di federico, e di simone. mi schiacciavo i punti neri e i brufoli. camminavo con due scarpe diverse, portavo jeans sfondati, in anticipo su tutti copiavo la moda di seattle indossando camcie in tartan. andavo agli scout, ascoltavo musica che non piaceva a nessuno. come adesso del resto.
milano mi aveva stregato, ci navigavo come un topo di fogna: cercando appigli, suggerimenti, cibo, barattoli aperti in cui nascondermi, se necessario. nelle fogne di milano ci strisciavo non vista. avevo sì e no due amiche, poco fidate.
insomma, io in america non ci volevo andare: era così chiaro a tutti che poi mi hanno rimandato in due materie (che non ho mai studiato in quel caldo agosto, mi hanno promosso a settembre con 9 in latino e 8 in matematica). e in america non ci sono più andata.
cioè quegli stronzi di professori poi, alla fin fine, mi hanno fatto un favore. tutti dicevano ah che stronzi e alla fine l’ho pensato anche io ah che stronzi. ma in fondo chissà poi che pensavo davvero. forse che volevo solo baciare qualcuno, uno a caso. oppure che volevo solo andare al cinema con qualcuno, uno a caso.
del resto io non avevo detto “voglio andare a new york”, avevo detto “vado a new york”. e non era quella la volta buona: non ci sono andata. come volevasi dimostrare.
(continua)

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