226/1826, il giorno del rientro (forzato)

Monday, December 1st, 2008

quando ti diranno che non saprai gestire il fuso orario, tu rivelerai il tuo segreto: non lo hai mai cambiato.
c’est plus facile.

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vado a new york, 2

Wednesday, November 12th, 2008

un’altra volta poi, mi è successo di pensare, “vado a new york”. io e luca stavamo insieme da più di un anno. progettavamo un altro inter rail insieme: londra, scozia, le orcadi, irlanda, amsterdam, parigi, costa azzurra. quando ci penso mi chiedo sempre com’è che io possa aver viaggiato così tanto, per periodi così brevi, in modo così disagiato e così dannatamente divertente.
beh, insomma si stava lì, sul suo soppalco, orari dei treni fotocopiati, lui coi capelli lunghi, io coi capelli lunghi a annodarci a vicenda pensieri e progetti, ed ecco che io penso: andiamo a nyc! forse gliel’ho anche detto. ero pazza, non avevamo una lira, non avevamo niente, niente di niente. eravamo pazzi, ma eravamo giovani, bellissimi, forti, saldi. come i saldi di fine stagione.
lui mi ha guardato come si guarda la nonna che fa una puzzetta durante il pranzo della domenica, e io ho rinunciato. e ho rollato un’altra canna.
saremmo partiti per il nostro solito inter rail dopo qualche settimana: io tenevo in tasca lo spazzolino da denti che ci dividevamo sui treni, nei campeggi, nei cessi pubblici. lui teneva in tasca i travel cheques.
i nostri capelli avevano nodi indistricabili che ci tenevano insieme, dicevo. io e te come una monade.
(continua)

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vado a new york, 1

Tuesday, November 11th, 2008

la prima volta che ho detto “vado a new york” è stata in terza liceo.
mia sorella era stata in america per un anno, in new jersey, e i miei erano propensi a mandarci anche me. era di moda ai tempi, adesso penso sia normale.
insomma io ero lì pronta e scattante, no. non è vero. non me ne fregava nulla. non me ne importava nulla, ero un fascio di nervi, grassottello, bruttino e molto problematico.
la mia vita scorreva normale, no. non è vero. la mia vita scorreva come meglio poteva, e io non facevo nulla per direzionarla verso un’idea migliore.
ero innamorata di gabriele, e di vlady, e di marcello, e di federico, e di simone. mi schiacciavo i punti neri e i brufoli. camminavo con due scarpe diverse, portavo jeans sfondati, in anticipo su tutti copiavo la moda di seattle indossando camcie in tartan. andavo agli scout, ascoltavo musica che non piaceva a nessuno. come adesso del resto.
milano mi aveva stregato, ci navigavo come un topo di fogna: cercando appigli, suggerimenti, cibo, barattoli aperti in cui nascondermi, se necessario. nelle fogne di milano ci strisciavo non vista. avevo sì e no due amiche, poco fidate.
insomma, io in america non ci volevo andare: era così chiaro a tutti che poi mi hanno rimandato in due materie (che non ho mai studiato in quel caldo agosto, mi hanno promosso a settembre con 9 in latino e 8 in matematica). e in america non ci sono più andata.
cioè quegli stronzi di professori poi, alla fin fine, mi hanno fatto un favore. tutti dicevano ah che stronzi e alla fine l’ho pensato anche io ah che stronzi. ma in fondo chissà poi che pensavo davvero. forse che volevo solo baciare qualcuno, uno a caso. oppure che volevo solo andare al cinema con qualcuno, uno a caso.
del resto io non avevo detto “voglio andare a new york”, avevo detto “vado a new york”. e non era quella la volta buona: non ci sono andata. come volevasi dimostrare.
(continua)

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205/1826, il giorno delle cose che non vi ho detto

Monday, November 10th, 2008

oggi ho visto al google machine sotto casa mia. era già stata mappata, ma anyway è ripassata, si vede.
oggi ho sentito la netta mancanza di alcune persone nella mia vita. probabilmente a natale mi farò un viaggio lungo la costa adriatica e poi su per la via emilia, che mi mancano serena, andre, vale, la luilui e clay, mi manca la dani, la chiara, la mara, la silvia. con tutte sti articoli così nordici mi sento la signora pina che stende i panni in una casa di ringhiera.
oggi mi ha preso il vero panico viaggio. ad esempio: carta di credito ancora da far sistemare, marca da bollo sul passaporto, valigia da recuperare, come incastrare matrimoni, weekend e partenze.
oggi mi sono posta domande sulla dinamica dei flussi e su quella delle relazioni, poi mi sono ricordata di un cheeseburger all’ombra di un castello lombardo e mi sono detta sticazzi. alla romana, però. un po’ per ciascuno.
oggi ho contato a quante mail devo rispondere da luglio: circa una settantina. tutta gente che non mi ha mai più riscritto. chissà come mai.

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191/1826, il giorno della ville lumière

Sunday, October 26th, 2008

portami a parigi, ti dicevo. e tu non mi ci hai mai portato.

adesso sei solo, hai la gastrite, la paurella di morire per un infarto e un lavoro di merda? e si vede che te lo meriti.

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compagni di viaggio

Wednesday, October 22nd, 2008

abituata come ero ad aspettare le foto di viaggio di stefano, il post di vanz mi lascia senza parole. e soprattutto mi fa sentire in colpa: non ho ancora chiesto scusa a lisbona per averla trattata male in tutti questi anni, non le ho ancora detto grazie per avermi trattata così bene per 4 giorni interi, regalandomi una caviglia slogata, un sole da maniche corte, delle foto (sinceramente così così), il mio primo baccalà, la mia rappacificazione con le mante.
lisbona merita più di un ricordo muffoso di hashish e calura, merita più di un ricordo legato a un congresso in cui non capivo nulla, merita più del fado e della malelingue.
a lisbona - soprattutto nel barrio e al chiado - si alternano facce e paradossi. il negozio di freitag è affianco a una casa con i panni stesi fuori, dove fuori ti fa venire in mente i bassi. e non sono lenzuola animalier di cavalli, quelle che sventolano. per un turista, a lisbona sembrano tutti più felici di noi. hanno una mentalità più aperta, più multietnica, sorridono di più (tranne i camerieri un po’ sbrigativi, ma che sono anche i più onesti), non ti danno soddisfazione se non te la meriti.

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179/1826, il giorno della bella signora nostra che ci appari e scompari

Tuesday, October 14th, 2008

il trolley è pronto. i jeans si sono asciugati in tempo. manca solo questo mac e il suo carica batterie. io ho la schiena a pezzi (il soldato jane mi ha ammazzato ieri, e non solo perché era fotograficamente bellissima). devo andare a ritirare dei risultati clinici, ma non so se oggi ce la faccio, forse rimando il lungo viaggio a settimana prossima.
stasera cenerò all’alfama, e margotta ha ragione, mi fa un gran bene.
boa viagem.

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i wanna wake up in the city that doesn’t sleep

Sunday, September 28th, 2008

biglietti comprati.
albergo prenotato.
oh, well. wow.

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bari torino, andata e ritorno (sul tapis roulant)

Thursday, September 4th, 2008

voglio fare un lungo viaggio in treno. e saperti seduto di fronte a me in uno scompartimento di quelli da sei. avremmo una borsa frigo con dentro i panini e l’acqua. e libri. e un foulard per me che soffrirò l’aria condizionata.
non ci parleremmo per tutto il tempo. io leggerei mc ewan come mi ha consigliato ardesia, tu rileggeresti ancora adams. sogghigneresti talvolta e io starei anche ore a messaggiarmi con le amiche via cellulare.
non ci parleremmo per tutto il tempo. io ascolterei gianna nannini sull’ipod, tu telefoneresti a casa per dire che va tutto bene.
non ci parleremmo per tutto il tempo. tu andresti in bagno, io scarterei un panino al prosciutto dalla stagnola.
non ci parleremmo per tutto il tempo. incuranti di quello che pensa la gente, perché è saperci lì insieme che conta. non la necessità di doverlo dimostrare.

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125/1826, il giorno della mini mandrogna

Wednesday, August 20th, 2008

prendo treni che non prende nessuno.
salgo su autobus e - come spesso accade - sono l’unica donna. molto spesso sono anche l’unica persona a bordo.
passo con lo sguardo lungo ferrovie a un solo binario, che costeggiano campi di granone e girasoli cotti dal sole.
leggo velocemente libri scritti bene, leggo ancor più velocemente libri scritti male. arrivo tardi a legger libri che finché non decidi di leggerli pensi che siano scritti male.
vago in città che non conosco, seduta sugli scalini ascolto noiose lamentazioni su servizi che non servono, e io non so grazie a quale caso sono così zen che compilo svariate richieste di rimborsi che non rimborsano e non ho nemmeno fatto un plissé, nemmeno alzato la voce, nemmeno invocato l’aiuto di dio.
mi innamoro di un robot, che si innamora del mio reggiseno.
poggio piedi su predellini instabili, appoggio borse e sacche e valigie leggere su marciapiedi, bevo acqua da bottigliette e mangio pane e salame. spinzetto sopracciglia, sogno una doccia calda. una doccia calda con il guanto di crine sulla schiena. attraverso strade come se sapessi dove sono.
ascolto musica. la solita musica, sogno i mashup del vanz. così, solo per avere una novità.
timbro biglietti, valuto inutili espositori di libri che sono i libri meno adatti per viaggiare.
mi struggo, mi dolgo, mi strino i nevi, mi pento, redimo i miei peccati, svolgo composizioni liberi sul tema del senso di colpa.
indovino arcani, futuri paesaggi, sottili differenze, incuranti curve delle rotaie, rogoredo, lambrate, centrale. binario tronco. ho solo voglia delle sue mani addosso. glielo scrivo ma poi cancello perché in metropolitana tanto non prende.
arrivo a casa, faccio uno sconto al senso di colpa grazie a dei numeri impressi sul video del mio mac.
accendo il boiler. faccio un’altra valigia. domani mattina si riparte.
ma prima glielo dico, che ho voglia di dormirgli addosso.

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