il tipo che vende i biglietti
Sunday, February 14th, 2010che li vendesse. nessuno gli ha chiesto altro.
Tags: biglietteria, biglietti, modena, trenitalia, treno, viaggione abbiamo già parlato qui:
e allora riflettete, ragionate con la vostra testa, e continuate la vostra lotta… (il comandante diavolo)
che li vendesse. nessuno gli ha chiesto altro.
Tags: biglietteria, biglietti, modena, trenitalia, treno, viaggiomia cugina elena si è appena sposata. non sono andata al suo matrimon io, non ci vediamo da circa 25 anni. ed è la parente più stretta che ho, escusi i miei genitori. ed inclusa mia sorella. la parte paterna della nostra esigua famiglia vive in provincia di lodi, sono sempre stati poco cittadini. una zia acquisita aveva avuto paura di prendere le scalemobili alla rinascente, per dire.
mia cugina domani parte per il viaggio di nozze. va in austria e non alle maldive perché non ha mai preso l’aereo e non vuole affrontare un viaggio di 10 ore. poi dici 25 anni.
(i fratelli e la sorella di mio padre hanno figliato solo femmine e abbiamo tutti nomi che cominciano per vocale, compresa la u. giuro, non è intenzionale)
odi, il mio studente egiziano che parla inglese come io parlo italiano, pure meglio, mi ha detto piacione che sono una “double-s”, stubborn and sweety.
e poi mi ha detto “ma se vai in egitto, vai a casa miei parenti: scrivimi una mail!”.
e poi noi li respingiamo come i cazzutissimi bling blong di un flipper rotto.
quando ti diranno che non saprai gestire il fuso orario, tu rivelerai il tuo segreto: non lo hai mai cambiato.
c’est plus facile.
un’altra volta poi, mi è successo di pensare, “vado a new york”. io e luca stavamo insieme da più di un anno. progettavamo un altro inter rail insieme: londra, scozia, le orcadi, irlanda, amsterdam, parigi, costa azzurra. quando ci penso mi chiedo sempre com’è che io possa aver viaggiato così tanto, per periodi così brevi, in modo così disagiato e così dannatamente divertente.
beh, insomma si stava lì, sul suo soppalco, orari dei treni fotocopiati, lui coi capelli lunghi, io coi capelli lunghi a annodarci a vicenda pensieri e progetti, ed ecco che io penso: andiamo a nyc! forse gliel’ho anche detto. ero pazza, non avevamo una lira, non avevamo niente, niente di niente. eravamo pazzi, ma eravamo giovani, bellissimi, forti, saldi. come i saldi di fine stagione.
lui mi ha guardato come si guarda la nonna che fa una puzzetta durante il pranzo della domenica, e io ho rinunciato. e ho rollato un’altra canna.
saremmo partiti per il nostro solito inter rail dopo qualche settimana: io tenevo in tasca lo spazzolino da denti che ci dividevamo sui treni, nei campeggi, nei cessi pubblici. lui teneva in tasca i travel cheques.
i nostri capelli avevano nodi indistricabili che ci tenevano insieme, dicevo. io e te come una monade.
(continua)
la prima volta che ho detto “vado a new york” è stata in terza liceo.
mia sorella era stata in america per un anno, in new jersey, e i miei erano propensi a mandarci anche me. era di moda ai tempi, adesso penso sia normale.
insomma io ero lì pronta e scattante, no. non è vero. non me ne fregava nulla. non me ne importava nulla, ero un fascio di nervi, grassottello, bruttino e molto problematico.
la mia vita scorreva normale, no. non è vero. la mia vita scorreva come meglio poteva, e io non facevo nulla per direzionarla verso un’idea migliore.
ero innamorata di gabriele, e di vlady, e di marcello, e di federico, e di simone. mi schiacciavo i punti neri e i brufoli. camminavo con due scarpe diverse, portavo jeans sfondati, in anticipo su tutti copiavo la moda di seattle indossando camcie in tartan. andavo agli scout, ascoltavo musica che non piaceva a nessuno. come adesso del resto.
milano mi aveva stregato, ci navigavo come un topo di fogna: cercando appigli, suggerimenti, cibo, barattoli aperti in cui nascondermi, se necessario. nelle fogne di milano ci strisciavo non vista. avevo sì e no due amiche, poco fidate.
insomma, io in america non ci volevo andare: era così chiaro a tutti che poi mi hanno rimandato in due materie (che non ho mai studiato in quel caldo agosto, mi hanno promosso a settembre con 9 in latino e 8 in matematica). e in america non ci sono più andata.
cioè quegli stronzi di professori poi, alla fin fine, mi hanno fatto un favore. tutti dicevano ah che stronzi e alla fine l’ho pensato anche io ah che stronzi. ma in fondo chissà poi che pensavo davvero. forse che volevo solo baciare qualcuno, uno a caso. oppure che volevo solo andare al cinema con qualcuno, uno a caso.
del resto io non avevo detto “voglio andare a new york”, avevo detto “vado a new york”. e non era quella la volta buona: non ci sono andata. come volevasi dimostrare.
(continua)
oggi ho visto al google machine sotto casa mia. era già stata mappata, ma anyway è ripassata, si vede.
oggi ho sentito la netta mancanza di alcune persone nella mia vita. probabilmente a natale mi farò un viaggio lungo la costa adriatica e poi su per la via emilia, che mi mancano serena, andre, vale, la luilui e clay, mi manca la dani, la chiara, la mara, la silvia. con tutte sti articoli così nordici mi sento la signora pina che stende i panni in una casa di ringhiera.
oggi mi ha preso il vero panico viaggio. ad esempio: carta di credito ancora da far sistemare, marca da bollo sul passaporto, valigia da recuperare, come incastrare matrimoni, weekend e partenze.
oggi mi sono posta domande sulla dinamica dei flussi e su quella delle relazioni, poi mi sono ricordata di un cheeseburger all’ombra di un castello lombardo e mi sono detta sticazzi. alla romana, però. un po’ per ciascuno.
oggi ho contato a quante mail devo rispondere da luglio: circa una settantina. tutta gente che non mi ha mai più riscritto. chissà come mai.
portami a parigi, ti dicevo. e tu non mi ci hai mai portato.
adesso sei solo, hai la gastrite, la paurella di morire per un infarto e un lavoro di merda? e si vede che te lo meriti.
Tags: gastrite, malinconia, parigi, paris en images, paura di morire, vendetta, viaggioabituata come ero ad aspettare le foto di viaggio di stefano, il post di vanz mi lascia senza parole. e soprattutto mi fa sentire in colpa: non ho ancora chiesto scusa a lisbona per averla trattata male in tutti questi anni, non le ho ancora detto grazie per avermi trattata così bene per 4 giorni interi, regalandomi una caviglia slogata, un sole da maniche corte, delle foto (sinceramente così così), il mio primo baccalà, la mia rappacificazione con le mante.
lisbona merita più di un ricordo muffoso di hashish e calura, merita più di un ricordo legato a un congresso in cui non capivo nulla, merita più del fado e della malelingue.
a lisbona – soprattutto nel barrio e al chiado – si alternano facce e paradossi. il negozio di freitag è affianco a una casa con i panni stesi fuori, dove fuori ti fa venire in mente i bassi. e non sono lenzuola animalier di cavalli, quelle che sventolano. per un turista, a lisbona sembrano tutti più felici di noi. hanno una mentalità più aperta, più multietnica, sorridono di più (tranne i camerieri un po’ sbrigativi, ma che sono anche i più onesti), non ti danno soddisfazione se non te la meriti.
il trolley è pronto. i jeans si sono asciugati in tempo. manca solo questo mac e il suo carica batterie. io ho la schiena a pezzi (il soldato jane mi ha ammazzato ieri, e non solo perché era fotograficamente bellissima). devo andare a ritirare dei risultati clinici, ma non so se oggi ce la faccio, forse rimando il lungo viaggio a settimana prossima.
stasera cenerò all’alfama, e margotta ha ragione, mi fa un gran bene.
boa viagem.