132/1826, il giorno dell’autogol
August 27th, 2008mi sono fregata da sola lo speech per il FashionCamp (o StyleCamp) della BlogFest.
che scema. era già lì bello pronto e non lo sapevo nemmeno.
Ne abbiamo già parlato qui:
e allora riflettete, ragionate con la vostra testa, e continuate la vostra lotta… (il comandante diavolo)
mi sono fregata da sola lo speech per il FashionCamp (o StyleCamp) della BlogFest.
che scema. era già lì bello pronto e non lo sapevo nemmeno.
ieri ho passato la serata davanti a una locandina del festivalbar del 1966 appesa in un ristorante “vecchia milano” (quei posti dove c’è il tipo con la chitrarra che canta o mia bela madunina e mamìmamì con tutti che fanno i cori e ondeggiano fuopritempo - ma cantava anche le osterie e “ho comprato la moto gorini l’ho comprata soltanto per te”, tutte cose che non sentivo da quando facevo gli scout).
quest’anno niente festivalbar, e io - davanti a un piatto di pappardelle ai funghi (che non c’erano) crude - ho pensato (svariate volte) “adesso quella tua chitarra del cazzo te la spacco in testa, così poi mamì la canto io, ma almeno tu la smetti”.
è ovvio che non approvo, porcamerda.
(però ti voglio bene lo stesso e era un sacco che non ti vedevo così, quindi io non approvo, ma capisco. e tanto il cucchiaino c’è, se serve, ma magari non serve. sperem…)
nonostante tutto il buonsenso dica che non si deve fare, quando metto un profumo “vero”, non un eau de toilette, la spruzzo una sola volta e sempre sul “coppino”.
il buonsenso mi darebbe della pazza, ma la verità è che l’unico motivo per cui lo faccio è perché quando sono stanca ho una classica coccola che mi faccio: mi passo la mano sul coppino e poi sulla faccia.
se ho messo il profumo è ancora più coccola. stasera la mia coccola sa di mademoiselle. maison chanel.
quando corro sul tapis c’è sempre un momento preciso in cui appoggio l’asciugamano sul display, l’asciugamano scivola, corre sul nastro in senso opposto al mio, io lo salto e finisce per terra. dietro di me.
lo curo con lo sguardo e lo vedo riflesso nello specchio.
mai nessuno che passi da quella parte, lo tiri su e me lo passi.
probabilmente sono tutti convinti che sul parquet della mia palestra crescano piantagioni di bellora a nido d’ape.
allora c’è sto fatto che io non so mai contare i giorni che mancano. quindi diciamo che da oggi mancano quindici giorni ai miei 35 anni.
che poi sono anni che dico di avere 35 anni e non è molto normale.
quanti anni hai? 35. falso. bugia. ne ho ancora 34, portati splendidamente.
vedete di darmi soddisfazione, capito? mica bruscoli, voglio diamanti rose margherite e libri, capito? oh-là.
il beggi dice che la promozione 2 euro/settimana per navigare su vodafone è una figata. dato che al beggi io non solo ci voglio bene, ma pure darei le chiavi della catena della mia bici (non peraltro: ha le chiavi di questo blog, solo la bici è più importante), attivo l’opzione.
mi arriva sms di conferma e chiedo sms di configurazione per il mio cellulare, che un piccolo mattone, ma - visto che stefano l’ha usato per un’estate intera per guardare le foto che metteva su flickr la fidanzata del tempo - mi fido e via.
l’sms di configurazione mica arriva: non solo. pare essere capace di non arrivare mai.
chiamo il 190: dicono che se non lo ricevo entro 24 ore posso mandare un sms a un cavolo di numero con un testo molto significativo: KO.
con l’aiuto di anna trovo modo di configurare a manina il cellulare, pare essere tutto ok. e invece no. non va. non chiedetemi come mai. non va. in questo mio periodo molto zen, faccio spallucce: domani andrò in un centro vodafone dove sarò servita dalla solita pischella che la guarderà con aria di sufficienza e penserà “vedi sta vecchia megera non sa fare un cazzo”.
nel frattempo mi chiama lucia (certo non si chiama lucia, ma voi fate finta che sì). drin. oh, lucia! proprio tu… ho sentito renzo in questi giorni… (certo non si chiama renzo, ma voi fate finta che sì). eh, lo so. dimmi tutto…. ma tu che cazzo di sms mandi al mio fidanzato?
il mio nokia 6230i non solo non ne vuole sapere un cazzo di connettersi, ma toglie gli accenti dalle maiuscole a suo piacimento. e così un consiglio per un regalo di compleanno è diventato un invito alla fornicazione adulterina, per quanto velato e frainteso sapendo di fraintendere.
andiamo bene. voglio un piccione viaggiatore.
gli addii agli aeroporti. gli arrivi alle stazioni.
i sorrisi che ti mangiano. la lacrime che ti ammazzano.
i mazzi di fiori che non aspetti.
le vecchie amiche che ti dicono “non approverai”.
gli inviti a cena fuori porta.
gli amorazzi senza motivo. il sesso parlato e quello fatto con leggerezza e molto trasporto.
la faccia scema quando all’improvviso vedi una foto che arriva dal passato.
le cazzate che faccio talvolta: ad esempio, quando attivo la flat traffico dati sul cellulare.
ho il colore del sole addosso e profumo di un misto di arance amare e sale.
sto seduta in un coridoio di uno stupido treno che mi è stato erroneamente concesso, e che però vuoi o non vuoi, come quello soppresso, come quello che servono tre cambi, come quello la mattina presto, come quello che non ha l’aria condizionata, come tutti i treni che ho preso in queste ferie, mi porta dove devo andare. in un modo o nell’altro.
affianco a me, ramona chiacchiera in russo con suo papà.
affianco a me, caterina gioca con il game del suo cellulare.
poco più in là giacomo urla perché non trovo la tetta di sua mamma.
io ho addosso il sapore del sole, e non so bene che farmene.
resto qui e aspetto che tutti i pezzi tornino al loro posto, o che trovino un equilibrio eletto, o che tutto sto turbine si fermi in una fotografia nitida e non sfocata.
resto qui e aspetto bologna che magari un posto libero, su sto treno, che mi è stato erroneamente concesso, si libera.
prendo treni che non prende nessuno.
salgo su autobus e - come spesso accade - sono l’unica donna. molto spesso sono anche l’unica persona a bordo.
passo con lo sguardo lungo ferrovie a un solo binario, che costeggiano campi di granone e girasoli cotti dal sole.
leggo velocemente libri scritti bene, leggo ancor più velocemente libri scritti male. arrivo tardi a legger libri che finché non decidi di leggerli pensi che siano scritti male.
vago in città che non conosco, seduta sugli scalini ascolto noiose lamentazioni su servizi che non servono, e io non so grazie a quale caso sono così zen che compilo svariate richieste di rimborsi che non rimborsano e non ho nemmeno fatto un plissé, nemmeno alzato la voce, nemmeno invocato l’aiuto di dio.
mi innamoro di un robot, che si innamora del mio reggiseno.
poggio piedi su predellini instabili, appoggio borse e sacche e valigie leggere su marciapiedi, bevo acqua da bottigliette e mangio pane e salame. spinzetto sopracciglia, sogno una doccia calda. una doccia calda con il guanto di crine sulla schiena. attraverso strade come se sapessi dove sono.
ascolto musica. la solita musica, sogno i mashup del vanz. così, solo per avere una novità.
timbro biglietti, valuto inutili espositori di libri che sono i libri meno adatti per viaggiare.
mi struggo, mi dolgo, mi strino i nevi, mi pento, redimo i miei peccati, svolgo composizioni liberi sul tema del senso di colpa.
indovino arcani, futuri paesaggi, sottili differenze, incuranti curve delle rotaie, rogoredo, lambrate, centrale. binario tronco. ho solo voglia delle sue mani addosso. glielo scrivo ma poi cancello perché in metropolitana tanto non prende.
arrivo a casa, faccio uno sconto al senso di colpa grazie a dei numeri impressi sul video del mio mac.
accendo il boiler. faccio un’altra valigia. domani mattina si riparte.
ma prima glielo dico, che ho voglia di dormirgli addosso.